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Elementi di Stalking

Il disposto normativo inserito nel capo III del titolo XII del Codice penale, nella sezione dei delitti contro la libertà morale,   ha cercato di dare una risposta sanzionatoria appropriata alle condotte che fino al 2009 venivano inquadrate in altri meno gravi delitti (di minaccia, violenza privata, ecc.); in vero le previsioni normative suddette risultavano del tutto anacronistiche inadeguate rispetto alla impellente domanda di tutela di casi relativi a femminicidio, aggressioni reiterate. La norma del 2009 mira a tutelare innanzitutto la libertà morale, intesa quale facoltà dell’individuo di autodeterminarsi. La fattispecie incriminatrice mira, inoltre, a tutelare gli ulteriori beni giuridici dell’incolumità individuale e della salute, nonché secondo diverse tesi, la tranquillità psichica e la riservatezza dell’individuo, posto che ai fini della configurazione del reato “è sufficiente che gli atti ritenuti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità, dell’equilibrio psicologico della vittima” (Cass. n. 8832/2011). Finalità perseguita dal legislatore del 2009 sarebbe, dunque, quella di tutelare il soggetto “da comportamenti che ne condizionino pesantemente la vita e la tranquillità personale, procurando ansie, preoccupazioni e paure, con il fine di garantire alla personalità dell’individuo l’isolamento da influenze perturbatrici” (Cass. n. 25889/2013).

Elemento oggettivo

Elemento costitutivo, ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 612-bis c.p., è innanzitutto, come dispone la norma, la reiterazione delle condotte persecutorie, idonee, alternativamente, a cagionare nella vittima un “perdurante e grave stato di ansia o di paura”, a ingenerare un “fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva” ovvero a costringerla ad alterare le “proprie abitudini di vita”. Il delitto di stalking rientra, quindi, nella categoria dei reati abituali (Cass. n. 20993/2012), per la cui configurabilità sono sufficienti anche “due sole condotte di minaccia o molestia” come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (Cass. n. 45648/2013; Cass. n. 6417/2010). Quanto al contenuto di tali condotte, a titolo esemplificativo, si sottolinea come la giurisprudenza abbia ritenuto, in questi anni, atti persecutori idonei ad integrare il delitto di stalking anche comportamenti che non necessitano della presenza fisica dello stalker (Cass. n. 32404/2010), come: le ripetute telefonate (Cass. n. 42146/2011), l’invio di buste, sms, e-mail e messaggi tramite internet, nonché la pubblicazione di post o video a contenuto ingiurioso, sessuale o minaccioso sui social network (Cass. n. 14997/2012; Cass. N. 32404/2010); oltre, altresì, al danneggiamento dell’auto della vittima (Cass. n. 8832/2011), alle aggressioni verbali alla presenza di testimoni e alle iniziative gravemente diffamatorie presso i datori di lavoro della vittima per indurre questi ultimi a licenziarla (Cass. n. 34015/2010), nonché, altresì, ai reiterati apprezzamenti, invii di baci e sguardi insistenti e minacciosi (Cass. n. 11945/2010). La reiterazione delle condotte, tuttavia, non è sufficiente da sola all’integrazione del reato, occorrendo che le medesime siano idonee a cagionare uno dei tre eventi alternativamente previsti dalla norma incriminatrice, in base ad una valutazione di idoneità condotta in concreto dal giudice, sulla base della dimostrazione del nesso causale tra la condotta posta in essere dall’agente e i turbamenti derivati alla vita privata della vittima” (Corte Cost. n. 172/2014; Cass. n. 46331/2013; Cass. n. 6417/2010). Secondo la giurisprudenza, infatti, si tratta di un “reato abituale di evento, a struttura causale e non di mera condotta” che si caratterizza, per la produzione di un evento di “danno” (consistente, appunto, nell’alterazione delle abitudini di vita, in un perdurante e grave stato di ansia o di paura, ovvero, di un fondato timore per l’incolumità propria, di un prossimo congiunto o di una persona alla quale il soggetto è legato da relazione affettiva), “per la cui sussistenza, dunque, è sufficiente il verificarsi di uno degli eventi previsti” (Cass. n. 17082/2015). In ordine alle conseguenze causate alla vittima dalle condotte persecutorie, quanto al “perdurante e grave stato di ansia o di paura” sofferto dalla persona offesa, l’orientamento della giurisprudenza (di merito e di legittimità) ritiene che, ai fini della sussistenza del reato de quo, non è necessario l’accertamento di uno stato patologico, essendo.

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